Scegliereilfuturo

Da dove cominciare se non dalla Premessa?

Prima di iniziare a scrivere un testo di questo genere sono stato molto combattuto. Non solo perché è difficile mettersi nel ruolo di chi dà consigli, ma anche perché ritengo che la vita sia un grande caos, e trovare un senso sia spesso difficile.

Ognuno di noi vive una sua dimensione spirituale, qualunque essa sia. Qualcuno riesce a trovare in essa delle risposte molto concrete, e le vive nel proprio quotidiano. Per altri la dimensione è fatta soprattutto di domande, piuttosto che di risposte. Ma in entrambi i casi, la vita rimane un caos pieno di misteri insondabili, e il mondo una palla di terra e acqua in mezzo a un universo sconosciuto. Non dico questo in senso negativo. Il mistero è forse uno degli aspetti più affascinanti della vita. Però, di fronte a esso, mettersi a parlare di regole del gioco, dare consigli pratici, esaminare scelte più o meno efficaci per vivere al meglio, a volte, può sembrare assurdo.

Se la nostra vita fosse fatta di una sola giornata sicuramente non staremmo qui a parlarne. Staremmo tutti passeggiando lungo una spiaggia, guardando il cielo, mano nella mano con le persone che amiamo e i discorsi sul futuro, sulla pianificazione, sulle scelte, non esisterebbero. Ma non è così, e per provare a vivere al meglio, dobbiamo fare i conti con una serie di dinamiche “terrestri”. Le famose regole del gioco non solo del mondo, ma della specifica società all’interno della quale ci troviamo. Quindi mettiamo da parte i discorsi più esistenziali e proviamo a calarci in queste dinamiche, sempre ben consapevoli del loro valore relativo. Un gioco da giocare.

Questo libro è pensato soprattutto per te che stai finendo le scuole superiori o frequentando l’università. Ma anche per voi genitori (o educatori) impegnati nel difficile compito di chi vuole fare da guida, orientare, consigliare, far acquisire gli strumenti più utili per affrontare il mondo.

Sapere quali sono questi strumenti è oggi sempre più difficile. Molte convinzioni del passato sono crollate (per esempio quella che associava una specifica laurea alla quasi certezza di trovare un lavoro). Il mondo sembra offrire allo stesso tempo molte più opportunità (siamo tutti interconnessi, possiamo viaggiare con facilità e lavorare ovunque) e molte meno di prima (eh, la crisi economica…) soprattutto quando ci si paragona a generazioni precedenti, credendo erroneamente che avessero più certezze di te, più punti fermi. È facile quindi sentirsi smarriti e spaventati.
Alcuni bivi rimangono quelli di sempre: seguo lo slancio del momento e cerco di fare quello che mi piace (in realtà, cosa mi piace?) oppure scelgo un percorso più pragmatico che mi permetta di trovare lavoro in futuro? Ma lo troverò davvero?
Ci sono tantissime nuove incognite, perché il mercato del lavoro è sempre più diversificato: scompaiono professioni e ne nascono di nuove, le aziende scoprono di avere esigenze che fino a pochi anni fa non avrebbero immaginato, soprattutto quelle legate alla rapida diffusione di tecnologie e strumenti di comunicazione. Si accorgono di non aver più bisogno di persone che erano fino al giorno prima fondamentali.

La scelta del percorso di studi e del lavoro è solo una parte del problema. Poi c’è tutto il resto, che sembra di contorno ma in realtà è cruciale: come devo agire, nel mondo, per prendere davvero in mano la mia vita e portarla dove voglio (o almeno darmi delle reali possibilità per farlo)?

È questa una delle decisioni fondamentali per la tua vita (perlomeno all’interno del “gioco” di cui abbiamo detto): puoi muoverti nel mondo in modo naturale ed ingenuo, seguendo gli slanci del momento. Va benissimo. Però, poi, devi essere pronto a prenderti ciò che il mondo ti darà in risposta. Se invece non sei soddisfatto di come stanno andando le cose, o semplicemente non ti sei ancora posto il problema, le prossime pagine mirano a farti sapere che esistono delle accortezze che possono aiutarti.
Te lo dico subito: in questo libro non troverai l’indicazione di quali scelte fare. Sarebbe molto presuntuoso, ma soprattutto sarebbe una presa in giro.

Quello che invece troverai saranno indicazioni di metodo, alcuni ragionamenti sull’approccio mentale e una serie di “dritte” che, qualunque strada deciderai di percorrere, ti aiuteranno a fare la differenza, acquisendo la consapevolezza delle scelte che fai e del perché le fai.

Che poi è quello che spesso manca alla tua età; ma questa presa di coscienza, molte volte, anche negli adulti non è presente. Spesso andiamo avanti come se tutto fosse frutto di casi fortuiti, come se gli strumenti per decidere li dovessimo necessariamente trovare dentro di noi, come se il mondo dovesse accettarci per quello che siamo (brutte notizie su questo fronte) e se non lo fa peggio per lui.

Puoi decidere, invece, di diventare consapevole e padrone delle tue scelte, darti degli obiettivi e capire che per raggiungerli non ci sono azioni giuste o sbagliate in assoluto. Ci sono scelte funzionali al raggiungimento di tali obiettivi e altre che invece non ti aiutano o addirittura ti danneggiano.
Ci sono competenze relazionali che puoi acquisire, ci sono trucchi che puoi conoscere, ci sono modifiche che puoi apportare ai tuoi comportamenti.

Si chiama autodeterminazione. È una strada lunga, senza segnaletica, che si fa da soli, o in compagnia della paura di sbagliare. Una strada che necessita di caparbietà, impegno, capacità di ascolto dei propri bisogni e di quelli del mondo che ci circonda, ma che porta esattamente lì dove vogliamo andare. Nel posto dove diventiamo ciò che siamo e che vogliamo essere.

Il sistema formativo e scolastico purtroppo dedica pochissima attenzione a molti di questi aspetti. Ti dice cosa studiare, ma non come studiare, dando per scontato che sia una capacità innata (tutt’altro). Ti dice di comportarti in un certo modo, ma non ti insegna quasi mai perché agire così. Ti dice che perdi tempo, ma non ti spinge a studiare delle tecniche per gestire e mettere a frutto il tuo tempo. Ti dice di essere sempre pienamente te stesso. Ma non ti dice quasi mai che, in molte situazioni, è meglio non essere “pienamente te stesso”, perché non ti aiuta a raggiungere i tuoi obiettivi.

Da qui è nata l’idea di questo libro. Nel mio lavoro e nella mia esperienza di coach mi sono trovato spesso a pensare a quanto sarebbe stato utile conoscere certe cose prima, quando studiavo, quando dovevo affrontare una interrogazione a scuola o un esame all’università, quando sceglievo la facoltà, quando andavo a fare un colloquio di lavoro.
Ho cercato di raccogliere alcune di queste indicazioni con una certezza: facendo le stesse azioni, difficilmente si arriva a risultati diversi. Se vuoi che cambi il risultato devi esaminare le azioni fatte fino a ora e capire quali vanno modificate. I risultati differenti arriveranno.

n tutto il libro parleremo di come fare cambiamenti in te, mai negli altri. Cambiamenti reali, positivi, non maschere da mettere di volta in volta. Con l’obiettivo di muoverti nel mondo in maniera più efficace.
Perché su questa palla di terra e acqua dobbiamo viverci e vale la pena prenderci il meglio. Sempre lasciandoci il tempo per alzare gli occhi al cielo (o abbassarli su un microscopio) per sondare il mistero della vita.

Voglio specificare una cosa, non dovrebbe essercene bisogno, ma preferisco cancellare fin da subito qualunque eventuale dubbio. Tutto quello che dirò, nonostante la dittatura maschilista della lingua italiana, vale indifferentemente per gli uomini e per le donne. Non esistono differenze nelle possibilità, nelle strategie, nelle mete da raggiungere.

Un’ultima precisazione. Questo non è un libro sull’autostima. Sull’autostima esiste una copiosa bibliografia e una scelta infinita di corsi. Non ti dirò semplicemente di credere in te stesso, soprattutto perché, me lo dice l’esperienza, l’autostima non si autogenera. Essa deriva dai feedback che ci provengono dall’esterno. Ci applichiamo, ci poniamo degli obiettivi, scegliamo le azioni e raggiungiamo dei risultati. È da questi che, giorno per giorno, si costruiscono la nostra sicurezza, la fiducia in noi stessi e si affilano le nostre armi. Se pretendiamo di rivolgere lo sguardo solo all’introspezione (attività comunque importantissima e imprescindibile) e da lì ricavarne autostima, gireremmo a vuoto. Viviamo nel mondo e siamo esseri relazionali e la foto che abbiamo di noi stessi, non può che costruirsi all’interno di questa cornice.

Quello che posso dirti è che non c’è nulla che tu non sia in grado di fare.
Devi lavorare un po’ sul tuo approccio mentale, dare spazio ai tuoi desideri e trasformarli, con sano pragmatismo, in obiettivi reali.
E agire con impegno quotidiano e in maniera efficace per raggiungere tali obiettivi, passo dopo passo.
In poche parole, per usare una definizione cara ai ricercatori di Stanford, muovere il culo.
Cominciamo.

Il futuro delle competenze: guardando al 2030

futuro delle competenze

Vi consiglio la lettura integrale di questo interessantissimo studio Pearson-Nesta “IL FUTURO DELLE COMPETENZE – L’OCCUPAZIONE NEL 2030“.

Ne parleremo presto più diffusamente, intanto lo trovate qui: https://it.pearson.com/content/dam/region-core/italy/pearson-italy/pdf/Futuro_competenze/VERSO2030-FUTURO-COMPETENZE-PDF-ricerca-completa-con-cover.pdf

Le nuove tecnologie creeranno posti di lavoro

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Finalmente, dopo tanti anni di previsioni catastrofiche, che dipingevano scenari foschi su come la tecnologia avrebbe spazzato via milioni di posti di lavoro, il report del World Economic Forum, “The Future of Job 2018”, ribalta le percentuali. È vero, le macchine sostituiranno molti posti di lavoro, ma ne creeranno molti di più. Il calcolo è che, entro il 2022, intelligenza artificiale e robot creeranno 133 milioni di posti di lavoro a fronte dei 75 milioni distrutti.

I driver principali del cambiamento da qui al 2022, si legge nel report, saranno l’Internet mobile, l’intelligenza artificiale, l’analisi dei Big Data, la tecnologia cloud. L’85% delle società è infatti intenzionata ad accelerare l’adozione di queste tecnologie nell’organizzazione del lavoro.

Tra le nuove figure richieste, compaiono ruoli legati all’avvento o al rafforzamento delle tecnologie: AI e Machine Learning Specialist, Big Data Specialist, Process Automation Expert, Information Security Analyst, User Experience and Human-Machine Interaction Designer, Robotics Engineer, e Blockchain Specialist. Ma anche Data Analysts and Scientist, Software and Applications Developer, Ecommerce e Social Media Specialist. La previsione, però, è anche l’aumento della domanda di figure in cui prevalgono le competenze “umane”, come gli operatori di Customer Service, i professionisti del Marketing e delle Vendite o gli specialisti nell’Organizzazione del lavoro.

Sicuramente, alcuni lavori scompariranno del tutto, ma ci sarà (è già in corso) una fase di transizione, durante la quale la differenza la farà la capacità di rimettersi in gioco, di acquisire nuovi skill o di dare una nuova veste ai vecchi. La componente umana può sempre fare la differenza, se ci si attiva nel modo giusto e per tempo. La parola chiave è sempre proattività.

Il report è molto ricco, invito tutti, specialmente chi deve scegliere il proprio percorso di studi, a leggerlo con attenzione. Lo trovate qui: http://www3.weforum.org/docs/WEF_Future_of_Jobs_2018.pdf

 

Auguriamoci di usare la testa

Mi risuonano sempre in testa le parole che Marco Grazioli disse parecchi anni fa a un convegno: le aziende devono sperare che le risorse che assumono siano degli Slow Adapter. Lui si riferiva all’importanza per l’azienda stessa che i nuovi arrivati non si omologhino troppo velocemente allo status quo, perché solo così può arrivare l’innovazione. Io mi spingerei oltre adesso, e direi che è importante essere degli Slow Adapter anche nei confronti del cambiamento. In un momento in cui la parola cambiamento è diventata un mantra, a livello aziendale, politico, gestionale, personale, stiamo attenti che non diventi un mantra vuoto, fine a se stesso. Mettiamo sempre in discussione lo status quo ma anche l’innovazione. Interroghiamoci sempre sul senso, sulla direzione, sulla meta. Alcuni cambiamenti arrivano e basta, lo sappiamo, ma possiamo decidere di governarli invece di inseguirli. Ecco, per il 2019 augurerei a tutti che chi ce l’ha, usi la testa. Buon anno!

Stiamo diventando più stupidi o solo meno concentrati?

Entrepreneur

È di questi giorni la notizia, che peraltro conferma studi degli anni scorsi, che il quoziente intellettivo umano “starebbe” diminuendo di generazione in generazione. Gli studiosi norvegesi del Ragnar Frisch Centre for Economic Research, analizzando quasi un milione di test, avrebbero individuato il picco di QI a metà degli anni ’70, culmine di una crescita costante dal dopoguerra in poi. Dopo quel picco, i risultati sarebbero costantemente peggiorati, evidenziando un possibile “calo generale di intelligenza”.

Ora, non mi interessa tanto questa ricerca in sé, anche perché dall’arco temporale preso in considerazione sembra comunque poter dire poco sugli ultimi 15 anni. Ma mi sembra un ottimo spunto per accennare al tema, di vastità immensa, della evoluzione dell’intelligenza umana.

Il tema è oggetto di ampi dibattici ed è di cruciale importanza soprattutto per l’elaborazione dei modelli educativi. Le due grandi “fazioni contrapposte” sono le seguenti:

– Sì, è vero, il quoziente intellettivo umano sta diminuendo e dobbiamo individuare quei cambiamenti socio-comportamentali che, a parità di fattori sanitari ed alimentari, possano esserne la causa (si legge meno che in passato, si passa più tempo con i videogiochi, ecc.).

– No, non è vero che il quoziente intellettivo umano sta diminuendo, è il test, sviluppato decenni fa, che non è più in grado di valorizzare una intelligenza che nel tempo è cambiata, facendosi più dinamica, più fluida, più multiforme.

Naturalmente, non tenterò nemmeno di dare la mia opinione su un tema così complesso e su cui sono necessari studi ed esperimenti lunghi ed approfonditi, volti per prima cosa a decidere se davvero sia possibile parlare di un “più” e di un “meno” oppure solo di un “diverso”.

Sono quasi certo, tra l’altro, che entrambe le teorie siano vere. Il test del quoziente intellettivo, già in passato, si è dimostrato non pienamente adeguato a far emergere le intelligenze (in particolare quella emotiva) che non fossero spiccatamente logico-analitiche, ed è quindi molto probabile che possa fallire nel dare una fotografia significativa di una realtà in rapida evoluzione.

Allo stesso tempo, però, sono convinto che i fortissimi cambiamenti nelle nostre abitudini quotidiane – mi riferisco soprattutto all’utilizzo degli smartphone e dei social network – non possano non incidere sulle nostre capacità cognitive, quantomeno sugli aspetti funzionali. Dico questo perché, seppur convinto che le caratteristiche dell’intelligenza senz’altro si evolvano e si adattino al contesto nel quale l’intelligenza deve operare, ritengo che alcune modalità di funzionamento del cervello, per cambiare, abbiano bisogno di molto più tempo.

Una di queste modalità funzionali riguarda la concentrazione intensiva. Gli studi dimostrano che, per creare nuove connessioni neurali complesse, mettendo in relazione tra di loro informazioni diversificate per accedere ad un livello superiore di intuizioni e deduzioni, la mente umana necessità di un tempo adeguatamente lungo di attenzione intensiva. Ecco, le occasioni per questa “concentrazione intensiva”, con l’uso degli smartphone che ci seguono ovunque, si sono oggettivamente ridotte. L’attenzione di chiunque ne faccia uso è, inevitabilmente, più frammentata. Per gran parte della nostra giornata ci muoviamo in orizzontale, saltando da uno strumento all’altro. Molto più raramente la nostra mente ha occasione e, soprattutto voglia, di andare in verticale e di rimanerci. A lungo.

Gli impatti di questi epocali cambiamenti nell’utilizzo del nostro tempo, in particolare su bambini e giovani, la cui massa critica di connessioni neurali è ancora in fase di creazione, sono tutti da capire. Io però sono fermamente convinto che la capacità di rimanere focalizzati, nell’era della frammentazione, farà la differenza anche per il raggiungimento dei nostri obiettivi di vita.

Il dibattito è aperto.

Spunti dalle Lezioni americane: l’esattezza

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Il 6 giugno 1984 Italo Calvino fu invitato dall’Università di Harvard a tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures, un ciclo di sei conferenze che si svolgono nel corso di un anno accademico (all’Università di Harvard, appunto). Lui decise di dedicarle ai sei valori letterari che, secondo lui, avrebbero dovuto essere portati in dote al nuovo millennio. Fece in tempo ad identificarne cinque, prima di morire, senza purtroppo aver potuto tenere le sue lezioni. Li riepilogo citando letteralmente la quarta di copertina che Gian Carlo Rosciani scrisse per la prima edizione del libro postumo “Lezioni Americane”:
“La leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la visibilità, la molteplicità, dovrebbero in realtà informare non soltanto l’attività degli scrittori ma ogni gesto della nostra troppo sciatta, svagata esistenza”.
Torneremo ogni tanto su tutti e cinque questi “valori”, che considero fondamentali, con le dovute sfumature, anche nei nostri discorsi sulle scelte più funzionali a raggiungere i nostri obiettivi futuri. Ma voglio partire da uno di quelli che ritengo più trascurati in una società spesso “troppo sciatta”: l’esattezza.
Cito, stavolta direttamente dalla penna di Calvino:
“Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tenda a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze… Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta di immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili…”.
E pensate che era il 1985 quando scrisse queste parole. Erano ancora ben lontani i social network, che questa “mancanza di necessità interna” hanno senz’altro, senza per questo demonizzarli, contribuito a rafforzarla giustificandola come parte del mezzo stesso.
Ecco, la lezione di cui dobbiamo fare tesoro è proprio questa: cercare di non essere mai approssimativi, superficiali, quando scriviamo, quando parliamo, quando pubblichiamo qualcosa on line. Investiamo qualche minuto in più del nostro tempo ma mettiamoci, sempre, la testa. Chiariamo prima a noi stessi perché vogliamo comunicare, a chi, con quali obiettivi. Scegliamo con cura le parole. Facciamo attenzione ai dettagli. Attingiamo a piene mani dalla ricchezza della lingua, qualunque essa sia. Domandiamoci per quale motivo alcune cose che leggiamo ci arrivano dritte come una freccia, altre invece scivolano via come acqua sul vetro. Nessuna scelta (anche il non scegliere) è mai casuale. E ogni scelta può fare la differenza.
Soprattutto, abituiamoci a farlo quando non è indispensabile.

Il tempo, il calore e le situazioni che non cambiano.

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Ho finito di leggere “Sette brevi lezioni di fisica”, di Carlo Rovelli (Edizioni Adelphi) . Un piccolo (85 pagine) gioiello di scienza e poesia che consiglio a tutti. Una delle cose che più hanno colpito la mia immaginazione è la questione del tempo e del calore. Una sostanza calda, ci ricorda Rovelli, è una sostanza in cui gli atomi si muovono più velocemente. E il motivo per cui il calore va “sempre” dalle cose calde alle cose fredde non è da ricercare in una legge universale quanto, più banalmente, in una probabilità statistica. Potrebbe cioè, in linea teorica, avvenire anche il contrario (un corpo caldo in un liquido freddo, per esempio, potrebbe diventare ancora più caldo assorbendo anche quel poco di calore del liquido freddo) ma la probabilità che un atomo della sostanza calda, molto più agitato, sbatta contro un atomo della sostanza fredda e gli lasci un po’ del suo calore è semplicemente molto più alta. Questo passaggio di calore è ciò che, in qualche misura, fa scorrere il tempo. Se non ci fosse passaggio di calore il futuro si comporterebbe esattamente come il passato, senza differenze. Di fatto il concetto di tempo diventerebbe irrilevante. Appena c’è calore invece ecco che siamo in grado di distinguere il futuro dal passato. Il calore produce il cambiamento.

Perdonate se ne traggo una metafora forse banale, ma questa legge potente e immaginifica mi fa pensare a molte delle situazioni della nostra vita che sembrano non cambiare mai e che ci fanno sentire frustrati, impotenti. Ecco, credo che dovremmo sempre chiederci quanto “calore” mettiamo realmente nella nostra interazione con tali situazioni o quanto, invece, rimaniamo lì semplicemente a lamentarcene. Il calore è la nostra energia, la nostra creatività, il nostro movimento proattivo, il nostro impegno nelle relazioni con gli altri. Ognuna di queste cose è un atomo che, se mosso velocemente, ha altissime probabilità di modificare la situazione immodificabile. Poi certo sta sempre a noi saper cogliere anche piccole fessure di cambiamento e infilarci proprio lì.

Il calore trasforma, crea un futuro diverso dal passato.