Scegliereilfuturo

Spunti dalle Lezioni americane: l’esattezza

ptr

Il 6 giugno 1984 Italo Calvino fu invitato dall’Università di Harvard a tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures, un ciclo di sei conferenze che si svolgono nel corso di un anno accademico (all’Università di Harvard, appunto). Lui decise di dedicarle ai sei valori letterari che, secondo lui, avrebbero dovuto essere portati in dote al nuovo millennio. Fece in tempo ad identificarne cinque, prima di morire, senza purtroppo aver potuto tenere le sue lezioni. Li riepilogo citando letteralmente la quarta di copertina che Gian Carlo Rosciani scrisse per la prima edizione del libro postumo “Lezioni Americane”:
“La leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la visibilità, la molteplicità, dovrebbero in realtà informare non soltanto l’attività degli scrittori ma ogni gesto della nostra troppo sciatta, svagata esistenza”.
Torneremo ogni tanto su tutti e cinque questi “valori”, che considero fondamentali, con le dovute sfumature, anche nei nostri discorsi sulle scelte più funzionali a raggiungere i nostri obiettivi futuri. Ma voglio partire da uno di quelli che ritengo più trascurati in una società spesso “troppo sciatta”: l’esattezza.
Cito, stavolta direttamente dalla penna di Calvino:
“Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tenda a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze… Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta di immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili…”.
E pensate che era il 1985 quando scrisse queste parole. Erano ancora ben lontani i social network, che questa “mancanza di necessità interna” hanno senz’altro, senza per questo demonizzarli, contribuito a rafforzarla giustificandola come parte del mezzo stesso.
Ecco, la lezione di cui dobbiamo fare tesoro è proprio questa: cercare di non essere mai approssimativi, superficiali, quando scriviamo, quando parliamo, quando pubblichiamo qualcosa on line. Investiamo qualche minuto in più del nostro tempo ma mettiamoci, sempre, la testa. Chiariamo prima a noi stessi perché vogliamo comunicare, a chi, con quali obiettivi. Scegliamo con cura le parole. Facciamo attenzione ai dettagli. Attingiamo a piene mani dalla ricchezza della lingua, qualunque essa sia. Domandiamoci per quale motivo alcune cose che leggiamo ci arrivano dritte come una freccia, altre invece scivolano via come acqua sul vetro. Nessuna scelta (anche il non scegliere) è mai casuale. E ogni scelta può fare la differenza.
Soprattutto, abituiamoci a farlo quando non è indispensabile.

Il tempo, il calore e le situazioni che non cambiano.

tea2

Ho finito di leggere “Sette brevi lezioni di fisica”, di Carlo Rovelli (Edizioni Adelphi) . Un piccolo (85 pagine) gioiello di scienza e poesia che consiglio a tutti. Una delle cose che più hanno colpito la mia immaginazione è la questione del tempo e del calore. Una sostanza calda, ci ricorda Rovelli, è una sostanza in cui gli atomi si muovono più velocemente. E il motivo per cui il calore va “sempre” dalle cose calde alle cose fredde non è da ricercare in una legge universale quanto, più banalmente, in una probabilità statistica. Potrebbe cioè, in linea teorica, avvenire anche il contrario (un corpo caldo in un liquido freddo, per esempio, potrebbe diventare ancora più caldo assorbendo anche quel poco di calore del liquido freddo) ma la probabilità che un atomo della sostanza calda, molto più agitato, sbatta contro un atomo della sostanza fredda e gli lasci un po’ del suo calore è semplicemente molto più alta. Questo passaggio di calore è ciò che, in qualche misura, fa scorrere il tempo. Se non ci fosse passaggio di calore il futuro si comporterebbe esattamente come il passato, senza differenze. Di fatto il concetto di tempo diventerebbe irrilevante. Appena c’è calore invece ecco che siamo in grado di distinguere il futuro dal passato. Il calore produce il cambiamento.

Perdonate se ne traggo una metafora forse banale, ma questa legge potente e immaginifica mi fa pensare a molte delle situazioni della nostra vita che sembrano non cambiare mai e che ci fanno sentire frustrati, impotenti. Ecco, credo che dovremmo sempre chiederci quanto “calore” mettiamo realmente nella nostra interazione con tali situazioni o quanto, invece, rimaniamo lì semplicemente a lamentarcene. Il calore è la nostra energia, la nostra creatività, il nostro movimento proattivo, il nostro impegno nelle relazioni con gli altri. Ognuna di queste cose è un atomo che, se mosso velocemente, ha altissime probabilità di modificare la situazione immodificabile. Poi certo sta sempre a noi saper cogliere anche piccole fessure di cambiamento e infilarci proprio lì.

Il calore trasforma, crea un futuro diverso dal passato.

 

 

Sono tutti raccomandati.

raccomandati

Questa è una delle convinzioni più superficiali, dannose e, soprattutto, inutili che ci portiamo dietro.

Guardatevi intorno, guardate i vostri amici, i vostri conoscenti, i vostri parenti. Quante sono, che voi sappiate, le persone che hanno il loro attuale lavoro grazie alla leggendaria “telefonata” di raccomandazione (leggasi email, sms, invito a cena, testa mozzata di cavallo sul cuscino ecc.)? Io, se devo essere sincero, non ne conosco nessuna. Sì, tra i colleghi girano voci che qualcuno, forse, si dice. Ma in ogni caso, anche fosse, si tratterebbe di un numero ridicolo.

I raccomandati non esistono quindi? Certo che esistono e sempre esisteranno purtroppo. Soprattutto in quei settori (pubblica amministrazione, università pubbliche, e via dicendo) che possono permettersi il lusso di incamerare incompetenze e inefficienze non dovendo rispondere del tutto a logiche di mercato.

Quindi non dobbiamo lottare contro la prassi della raccomandazione? Ma certo che dobbiamo, e con tutte le forze. È una piaga sociale di cui ognuno di noi paga un prezzo alto in termini di competitività dell’intero paese e di conseguenza di benessere personale in varie forme.

Quello che dico è altro:

  • l’esistenza di un certo numero di raccomandati è un dato di fatto su cui, se non con l’esempio personale (sia come aspiranti lavoratori che come datori di lavoro), possiamo fare ben poco;
  • la percentuale di veri raccomandati sul totale dei posti di lavoro è esigua, perché le aziende (di qualunque tipo siano) hanno bisogno di competenze reali e di persone in gamba;
  • partire dalla convinzione che “tanto sono tutti raccomandati” è solo una scusa con noi stessi che ci fa sentire assolti quando non riusciamo ad arrivare dove vogliamo.

Messo quindi da parte l’inutile mantra dei raccomandati, e fatte salve una serie di eccezioni che non è il momento di sviscerare, ci sono sostanzialmente 3 motivi principali per i quali non otteniamo un lavoro (o per cui non veniamo nemmeno contattati):

  • siamo bravi in quello che facciamo ma quello che facciamo non è sufficientemente spendibile sul mercato del lavoro (e allora dobbiamo trovare il modo di acquisire competenze integrative che siano più richieste);
  • facciamo qualcosa che il mercato del lavoro richiede ma ci sono candidati più bravi di noi (e allora mettiamoci a studiare seriamente per diventare più competitivi). Se siamo donne è purtroppo oggettivo: a parità di condizioni dovremo essere più brave dei candidati uomini, ma anche questo è un dato di fatto, completamente ingiusto e da combattere, ma un dato di fatto con cui fare i conti;
  • facciamo qualcosa che il mercato del lavoro richiede, lo facciamo anche bene, ma non siamo bravi a farlo sapere (e allora dobbiamo lavorare sul nostro cv, sul modo in cui gestiamo un colloquio, sulle nostre abilità relazionali).

In quest’ultimo punto inserisco anche l’abilità nel sapersi creare un network, che è cosa ben diversa dalla “raccomandazione” di cui sopra, anche se molti a volte ne sembrano scandalizzati (si veda la reazione alla goffa affermazione di Poletti sull’importanza di giocare a calcetto, o qualcosa di simile). Ne parleremo in seguito.

Gli insegnamenti di Hannibal Lecter

hannibal

Lo so, citare i consigli di un’omicida seriale nonché cannibale potrebbe non sembrare appropriato, ma trattandosi di un personaggio inventato concedetemi di farlo:

“First principles, Clarice: simplicity. Read Marcus Aurelius, of each particular thing ask: what is it in itself? What is its nature?” (Prima regola, Clarice: semplicità. Leggi Marco Aurelio, di ogni singola cosa chiediti che cosa è in sé, qual è la sua natura).

Molto spesso non riusciamo a raggiungere i nostri obiettivi perché ci focalizziamo su aspetti non cruciali o addirittura fuorvianti. A volte lo facciamo perché non siamo abituati ad applicare il metodo scientifico alle situazioni in cui siamo immersi (anche per oggettiva mancanza di quel distacco necessario). Più spesso lo facciamo perché, inconsciamente, rifiutiamo di accettare la verità più semplice, più a portata di mano, ma forse più scomoda, più fastidiosa, meno auto-indulgente.

Scegliamo piuttosto spiegazioni complesse e, in quanto tali, meno probabili, ma che ci danno l’illusione di tenere aperte delle possibilità, ci lasciano aria da respirare. In apparenza. In realtà ci tengono rinchiusi dentro gabbie mentali dentro le quali giriamo a vuoto.

La verità, anche quella che fa più male, è l’ossigeno vero. Ci consente di apprendere, di fare chiarezza, di riparametrare le nostre azioni in base alla realtà dei fatti. Ci permette di cambiare strada, se necessario.

Ogni giorno in cui rimandiamo il fare i conti con la verità, è un giorno che perdiamo nel cammino verso la meta che ci siamo prefissi.

Il potere (spesso ignorato) del metodo scientifico

galileo

Facciamo un piccolissimo passo indietro fino all’origine dell’universo, quasi 14 miliardi di anni fa e scorriamo con lo sguardo tutta la storia cosmica a noi conosciuta fino ad arrivare ad oggi. Per aiutarci prendiamo in prestito una efficace similitudine creata dall’astronomo e divulgatore statunitense Carl Sagan: il calendario cosmico, con i suoi bravi 12 mesi. Ogni mese di questo anno cosmico corrisponde a poco più di 1 miliardo di anni reali, ogni giorno circa 38 milioni di anni. Nel primo secondo del primo gennaio è avvenuto il big bang. Il presente in cui ci troviamo ora è esattamente 1 anno dopo, nel primo istante del nuovo anno.

Il 14 settembre si è formata la terra. Ci sono voluti poi circa 18 giorni perché comparissero le prime forme di vita. I dinosauri sono comparsi il 24 dicembre e si sono estinti 4 giorni dopo, il 28 dicembre (non proprio delle belle vacanze natalizie insomma), insieme a molte altre forme di vita.

Quando abbiamo fatto la nostra comparsa noi esseri umani? Circa 1 ora e mezza fa: il 31 dicembre alle 22.30.

Poco più di 1 secondo fa Cristoforo Colombo ha scoperto l’America. Pochi istanti dopo, meno di un secondo fa, Galileo Galilei ha dato vita al metodo scientifico da cui è nata la scienza moderna (senza nulla togliere a tutti gli altri geni che pochi millisecondi prima avevano dato altri preziosi contributi).

E qui veniamo a noi. In quest’ultimo secondo del calendario cosmico, grazie al ragionamento scientifico (osservazione della realtà, formulazione di ipotesi, raccolta di dati empirici, conferma o meno delle ipotesi, per dirla grossolanamente) abbiamo dato vita al 99% di tutta la tecnologia che oggi utilizziamo. In un secondo, usando la testa con un certo criterio, abbiamo dato vita a meraviglie inimmaginabili fino a pochi istanti prima. 14 miliardi di anni di “nulla” (sempre parlando del conosciuto) e poi in secondo tutto questo. Sì, certo, forse di alcune cose se ne sarebbe potuto fare a meno. Sì, certo, molte di quelle tecnologie le usiamo male, in modo distruttivo o comunque molto poco lungimirante. Ma non possiamo negare che si tratti di meraviglie e che la nostra razionalità, se ben applicata, sia uno strumento potentissimo.

Ma, chissà perché, nella nostra vita quotidiana, nel nostro lavoro, nelle nostre scelte, nella formazione delle nostre opinioni, spesso ci dimentichiamo completamente di avere a portata di mano questo strumento ben testato e andiamo avanti a tentoni, immersi nella più inefficace irrazionalità. A volte ci va bene, a volte ci va male, è la statistica. Ma è il caso a governare i nostri passi. Non impariamo dagli errori perché non avendo formulato delle ipotesi scientifiche a monte non abbiamo nulla su cui lavorare. Non impariamo dai successi, per lo stesso motivo. Non siamo in grado di identificare azioni nuove perché non abbiamo raccolto dati empirici su quelle vecchie. Non possiamo identificare un preciso rapporto causale tra una azione e il suo risultato, perché di quella azione non abbiamo studiato le caratteristiche distintive. Inutile dire che tutto questo impatta negativamente sulla nostra vita di individui ma poi si allarga alla società (e alla politica che la governa naturalmente).

Siamo utilizzatori seriali di quella tecnologia che il metodo scientifico ha prodotto. Siamo pazienti di quella medicina. Eppure, stiamo dando vita a delle sacche di irrazionalità sempre più ampie e pericolose, e il paradosso è che noi stessi ci sentiamo frustrati di ciò che grazie all’irrazionalità otteniamo. Ma la caratteristica principale dell’irrazionalità è proprio non mettere in discussione sé stessa. Quindi cerchiamo le cause della nostra frustrazione all’esterno, con rabbia.

Voglio aprire questo blog sulle scelte da fare per la nostra vita riportando il focus sulle potenzialità della nostra mente. Le risposte sono quasi tutte lì.