Stiamo diventando più stupidi o solo meno concentrati?

Entrepreneur

È di questi giorni la notizia, che peraltro conferma studi degli anni scorsi, che il quoziente intellettivo umano “starebbe” diminuendo di generazione in generazione. Gli studiosi norvegesi del Ragnar Frisch Centre for Economic Research, analizzando quasi un milione di test, avrebbero individuato il picco di QI a metà degli anni ’70, culmine di una crescita costante dal dopoguerra in poi. Dopo quel picco, i risultati sarebbero costantemente peggiorati, evidenziando un possibile “calo generale di intelligenza”.

Ora, non mi interessa tanto questa ricerca in sé, anche perché dall’arco temporale preso in considerazione sembra comunque poter dire poco sugli ultimi 15 anni. Ma mi sembra un ottimo spunto per accennare al tema, di vastità immensa, della evoluzione dell’intelligenza umana.

Il tema è oggetto di ampi dibattici ed è di cruciale importanza soprattutto per l’elaborazione dei modelli educativi. Le due grandi “fazioni contrapposte” sono le seguenti:

– Sì, è vero, il quoziente intellettivo umano sta diminuendo e dobbiamo individuare quei cambiamenti socio-comportamentali che, a parità di fattori sanitari ed alimentari, possano esserne la causa (si legge meno che in passato, si passa più tempo con i videogiochi, ecc.).

– No, non è vero che il quoziente intellettivo umano sta diminuendo, è il test, sviluppato decenni fa, che non è più in grado di valorizzare una intelligenza che nel tempo è cambiata, facendosi più dinamica, più fluida, più multiforme.

Naturalmente, non tenterò nemmeno di dare la mia opinione su un tema così complesso e su cui sono necessari studi ed esperimenti lunghi ed approfonditi, volti per prima cosa a decidere se davvero sia possibile parlare di un “più” e di un “meno” oppure solo di un “diverso”.

Sono quasi certo, tra l’altro, che entrambe le teorie siano vere. Il test del quoziente intellettivo, già in passato, si è dimostrato non pienamente adeguato a far emergere le intelligenze (in particolare quella emotiva) che non fossero spiccatamente logico-analitiche, ed è quindi molto probabile che possa fallire nel dare una fotografia significativa di una realtà in rapida evoluzione.

Allo stesso tempo, però, sono convinto che i fortissimi cambiamenti nelle nostre abitudini quotidiane – mi riferisco soprattutto all’utilizzo degli smartphone e dei social network – non possano non incidere sulle nostre capacità cognitive, quantomeno sugli aspetti funzionali. Dico questo perché, seppur convinto che le caratteristiche dell’intelligenza senz’altro si evolvano e si adattino al contesto nel quale l’intelligenza deve operare, ritengo che alcune modalità di funzionamento del cervello, per cambiare, abbiano bisogno di molto più tempo.

Una di queste modalità funzionali riguarda la concentrazione intensiva. Gli studi dimostrano che, per creare nuove connessioni neurali complesse, mettendo in relazione tra di loro informazioni diversificate per accedere ad un livello superiore di intuizioni e deduzioni, la mente umana necessità di un tempo adeguatamente lungo di attenzione intensiva. Ecco, le occasioni per questa “concentrazione intensiva”, con l’uso degli smartphone che ci seguono ovunque, si sono oggettivamente ridotte. L’attenzione di chiunque ne faccia uso è, inevitabilmente, più frammentata. Per gran parte della nostra giornata ci muoviamo in orizzontale, saltando da uno strumento all’altro. Molto più raramente la nostra mente ha occasione e, soprattutto voglia, di andare in verticale e di rimanerci. A lungo.

Gli impatti di questi epocali cambiamenti nell’utilizzo del nostro tempo, in particolare su bambini e giovani, la cui massa critica di connessioni neurali è ancora in fase di creazione, sono tutti da capire. Io però sono fermamente convinto che la capacità di rimanere focalizzati, nell’era della frammentazione, farà la differenza anche per il raggiungimento dei nostri obiettivi di vita.

Il dibattito è aperto.

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