Sono tutti raccomandati.

raccomandati

Questa è una delle convinzioni più superficiali, dannose e, soprattutto, inutili che ci portiamo dietro.

Guardatevi intorno, guardate i vostri amici, i vostri conoscenti, i vostri parenti. Quante sono, che voi sappiate, le persone che hanno il loro attuale lavoro grazie alla leggendaria “telefonata” di raccomandazione (leggasi email, sms, invito a cena, testa mozzata di cavallo sul cuscino ecc.)? Io, se devo essere sincero, non ne conosco nessuna. Sì, tra i colleghi girano voci che qualcuno, forse, si dice. Ma in ogni caso, anche fosse, si tratterebbe di un numero ridicolo.

I raccomandati non esistono quindi? Certo che esistono e sempre esisteranno purtroppo. Soprattutto in quei settori (pubblica amministrazione, università pubbliche, e via dicendo) che possono permettersi il lusso di incamerare incompetenze e inefficienze non dovendo rispondere del tutto a logiche di mercato.

Quindi non dobbiamo lottare contro la prassi della raccomandazione? Ma certo che dobbiamo, e con tutte le forze. È una piaga sociale di cui ognuno di noi paga un prezzo alto in termini di competitività dell’intero paese e di conseguenza di benessere personale in varie forme.

Quello che dico è altro:

  • l’esistenza di un certo numero di raccomandati è un dato di fatto su cui, se non con l’esempio personale (sia come aspiranti lavoratori che come datori di lavoro), possiamo fare ben poco;
  • la percentuale di veri raccomandati sul totale dei posti di lavoro è esigua, perché le aziende (di qualunque tipo siano) hanno bisogno di competenze reali e di persone in gamba;
  • partire dalla convinzione che “tanto sono tutti raccomandati” è solo una scusa con noi stessi che ci fa sentire assolti quando non riusciamo ad arrivare dove vogliamo.

Messo quindi da parte l’inutile mantra dei raccomandati, e fatte salve una serie di eccezioni che non è il momento di sviscerare, ci sono sostanzialmente 3 motivi principali per i quali non otteniamo un lavoro (o per cui non veniamo nemmeno contattati):

  • siamo bravi in quello che facciamo ma quello che facciamo non è sufficientemente spendibile sul mercato del lavoro (e allora dobbiamo trovare il modo di acquisire competenze integrative che siano più richieste);
  • facciamo qualcosa che il mercato del lavoro richiede ma ci sono candidati più bravi di noi (e allora mettiamoci a studiare seriamente per diventare più competitivi). Se siamo donne è purtroppo oggettivo: a parità di condizioni dovremo essere più brave dei candidati uomini, ma anche questo è un dato di fatto, completamente ingiusto e da combattere, ma un dato di fatto con cui fare i conti;
  • facciamo qualcosa che il mercato del lavoro richiede, lo facciamo anche bene, ma non siamo bravi a farlo sapere (e allora dobbiamo lavorare sul nostro cv, sul modo in cui gestiamo un colloquio, sulle nostre abilità relazionali).

In quest’ultimo punto inserisco anche l’abilità nel sapersi creare un network, che è cosa ben diversa dalla “raccomandazione” di cui sopra, anche se molti a volte ne sembrano scandalizzati (si veda la reazione alla goffa affermazione di Poletti sull’importanza di giocare a calcetto, o qualcosa di simile). Ne parleremo in seguito.

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